DIVERSIS GENTIBUS UNA

Dal Port News n.22 Numero Speciale Mostra Workshop Silos estraiamo e pubblichiamo l’articolo di Andrea Cecconi che sottolinea ancora una volta, dopo il bel progetto elaborato per ideaLi (Idee per Livorno … Una città Europea ), la necessità di ridare splendore ad un ampia area della città.

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( scarica la versione pdf dell’articolo )

Andrea Cecconi, Coordinatore di Re-FACT Livorno
DIVERSIS GENTIBUS UNA
l’Idea di un Workshop Permanente Biennale di Architettura ed Urbanistica a Livorno

“… a tutti Voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli,
Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed
altri …. concediamo ….. reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà
e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e,
senza partire, tornare e negoziare in terra di Livorno”
Ferdinando I de’ Medici – 30 Luglio 1591

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Dalla potenza di questo pensiero, le Livornine, nacque la città, il capolavoro dei Medici. L’Emporio a mare del Granducato. Una Città Ideale Rinascimentale, una Città-Portuale, una Città d’Acqua, una Città delle Nazioni spalancata sul mondo. La forza di quella visione condusse ad un progetto per 12’000 abitanti quando Pisa, seconda in Toscana, ne contava appena 4’000. In poco più di 50 anni il “borgo”, ampliato con un cantiere gigantesco grazie al lavoro di oltre 5’000 maestranze, passò da 600 a 9’700 abitanti divenendo così, repentinamente, “città”. Un crogiuolo di razze in gran fermento, basato su principi di libertà e di convivenza tra genti diverse.

“Diversis Gentibus Una” ne era diventato il motto, riportato sulla prima moneta livornese, l’”Unghero”, il tallero d’oro fatto coniare dal Granduca Ferdinando II nel 1655. Quando, con il secolo dei lumi e con le rivoluzioni francese ed americana, i
princìpi fondanti di Livorno si affermarono universalmente, Thomas Jefferson riprese il motto Mediceo per la Costituzione degli Stati Uniti d’America (“Ex Pluribus Unum”) allorquando, sollecitato dal consiglio di un amico Pratese, Filippo Mazzei, che aveva vissuto per due anni a Livorno e aveva poi combattuto nella Guerra di Indipendenza Americana, inviò una delegazione americana in città per studiare la Costituzione Livornina come esempio riuscito di convivenza tra popolazioni eterogenee.
Questo è stata Livorno. Città libertaria, controversa, indomabile per gli stessi Granduchi.

Città moderna, sempre.

Città con le torri marine, come il Faro Pisano cantato dal Petrarca e la Torre del Marzocco, tra le più antiche e belle del Medi terraneo. Città unica, in territorio Cristiano, ad accogliere un cimitero islamico ed una moschea. Ponte d’Europa sull’Oriente e sull’Africa, con l’attività dei padri Trinitari e della sua Franchissima Scala (con sedi a Livorno ed Algeri). Città priva di una vera Inquisizione (“Livorno è la città al mondo dove si trova il maggior numero di stranieri di nazioni differenti, dove, benché vi sia l’Inquisizione, c’è libertà di coscienza, in quanto la ragion di stato sovrata le altre” – Anonimo Francese 1699).

Città che, con il secondo accrescimento de La Venezia, ha visto l’unica applicazione concreta dei canoni distributivi e costruttivi ipotizzati da Leonardo da Vinci per una “città ideale commerciale”. Baricentro per l’Ebraismo. Crocevia per la civiltà Armena. Città dove per prima si diffuse l’uso del caffè e del “mastichino” (settecentesca gomma da masticare ricavata dal Lentisco dell’isola di Chios). Tappa fondamentale del Gran Tour per l’aristocrazia anglosassone.

Città dove Thorvaldsen scolpì buona parte delle proprie opere, dove Mary Shelley, Charles Dickens ed il padre di Goethe solevano soggiornare, dove Carlo Goldoni ambientò le commedie della sua trilogia della Villeggiatura. Città con la più grande comunità Inglese d’oltre Manica. Il più importante porto di deposito e porto franco dell’intero Mediterraneo, le cui bellissime immagini iconografiche si sono diffuse in ogni angolo d’Europa. Città con importanti tradizioni editoriali, con le avanguardistiche stampe delle opere del Beccaria e di Diderot e D’Alembert. Città che ha saputo meritarsi un nome in lingua Inglese (Leghorn), uno in lingua francese (Livourne) ed uno in lingua Spagnola (Liorna).

Città cantata nella più antica manifestazione folkloristica Italiana (la Corsa dei Ceri di Gubbio): “se vuoi vedere il mondo vai a Livorno”. I primi stabilimenti balneari d’Italia. Un numero elevatissimo di Teatri. Il primo Ippodromo d’Italia per corse al galoppo con cavallerizzi in sella ed il primo illuminato per gare in notturna. Uno dei più importanti acquedotti monumentali ottocenteschi. Uno dei migliori impianti di fognatura ed uno primi impianti di depurazione d’Italia.
Uno dei Mercati coperti delle vettovaglie più grandi d’Europa. Il primo Cantiere Navale Italiano ad affermarsi per la costruzioni di navi in acciaio. Una stazione ferroviaria tra le 10 più belle del paese. La seconda linea ferroviaria d’Italia, la prima in Toscana. I primi bagni di talassoterapia. I primi edifici in cemento armato della Regione (le Terme del Corallo e, proprio, il Silos Granari).

Moderna e sfacciata, sempre e comunque. Forgiata da scelte coraggiose, in ogni epoca che ha attraversato. In ogni epoca, ahimè, … salvo la nostra.

Livorno, oggi, ha perso la propria anima. Non ha più saputo osare, affondata in un mediocre provincialismo. Nell’immaginario collettivo, anche degli stessi Livornesi, è considerata soltanto una città industriale basata sulla economia del porto, una citta
spoglia, “brutta”, desueta. Una tale visione, ancorché falsata, deve farci riflettere su come la città sa offrirsi ai visitatori meno attenti.

Il tessuto urbano è in effetti sdrucito, sgrammaticato. L’impianto di un tempo può ancora essere letto con decisione solo dall’alto di un volo aereo e forse, almeno in parte, da un giro in barca per il suo permeante sistema dei Fossi. Non è quasi più intellegibile, invece, da altezza d’uomo.

L’ingresso meridionale alla città è ancora entusiasmante. Approcciando la città da Sud si passa dalle splendide scogliere del Romito per entrare nei quartieri Ottocenteschi di villeggiatura, romantici, dilatati, bellissimi, si entra nei popolati Borghi e si sfocia nel Pentagono del Buontalenti in un climax ininterrotto.
L’ingresso da Nord, al contrario, nonostante rappresenti la principale via di accesso alla città, è sconsolante. La perdita di identità è più marcata.

I quartieri più caratterizzanti sono mortificati da scelte urbanistiche ed edilizie irrispettose, prive di una pianificazione, di una visione di città, di affetto.
Da queste premesse nasce l’idea, suggerita anche dall’Amministrazione Comunale dopo il successo dell’esperienza sul Silos Granari, di instituire a Livorno un Workshop Permanente Biennale di Architettura ed Urbanistica sulla Rigenerazione Urbana,
in grado di stimolare la discussione pubblica con l’obiettivo di valorizzare il grande patrimonio della città elevandone l’offerta culturale e turistica. Un Workshop “Diversis Gentibus Una”, appunto. Un evento che accolga giovani studenti, dalle migliori Università Internazionali, che dia loro “libera facoltà e licenza” affinché possano contribuire a sprovincializzare “la terra di Livorno” con il loro prezioso apporto di idee fresche.


Le aree che meriterebbero una valorizzazione, di certo, non mancano:

• la Venezia ed il Circuito dei Fossi Medicei,
• il Forte San Pietro d’Alcantare ed il Rivellino di San Marco,
• il Sistema Fortificato del Porto Mediceo,
• il Mercato Coperto e l’area marcatale Cavallotti/Buontalenti,
• l’ex Stazione San Marco, nell’ottica di una mobilità di area vasta,
• l’area ex Pirelli e il Parco Pertini,
• la costa di Calafuria e le Cave dismesse del Romito,
• l’Acquedotto del Poccianti da Colognole sino alla Gran Conserva,
• il sistema delle Colline,
• l’area della Stazione Centrale e le Terme del Corallo,
• il Circuito dei Cimiteri e delle Chiese delle Nazioni,
• la Dogana d’Acqua ed il Canale dei Navicelli,
• gli Stabilimenti Balneari e il sistema dei Porticcioli,
• etc.

Per riuscire nell’intento, non certo facile, la città dovrà mostrare sensibilità nelle sue istituzioni pubbliche e private, comeè meravigliosamente accaduto in occasione del Workshop 2015.

Se tutto ciò sarà possibile, i futuri Workshop, per i quali l’Amministrazione Comunale si è mostrata favorevole a mettere a disposizione i futuri spazi dell’Urban Center previsto nel Cisternino di Città, potranno e dovranno essere arricchiti
sempre più di eventi di rilievo volti a massimizzare la partecipazione della cittadinanza e, soprattutto, dei suoi giovani (magari allargando i tavoli di lavoro universitari, tramite il “progetto scuola-lavoro”, agli studenti delle scuole superiori, prossimi alla maturità, interessati alle facoltà di Architettura
ed Ingegneria).

Sarebbe auspicabile che i temi venissero di volta in volta scelti con percorsi partecipati dalla cittadinanza.
Il Workshop 2017 vorremmo centrarlo sull’area che va dal Forte San Pietro d’Alcantara (con i Vecchi Macelli) ed al Rivellino di San Marco sino alla Dogana d’Acqua, costeggiando la Cinta Doganale Leopoldina. Tale scelta è legata alla possibi
lità, ci auguriamo concreta, che il Depuratore venga finalmente delocalizzato ridonando alla collettività, dopo 80 anni, una preziosa porzione di città.

Tale vasta area potrà interfacciarsi anche con l’altra enorme occasione di “rammendo” portuale/urbano costituita dall’UTOE5C1 del PRP, realizzando finalmente una affascinante porta di ingresso da Nord alla città.

Proviamoci!

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